Mattarella ricorda il disastro di Seveso: il futuro sostenibile dopo cinquant’anni di rinascita

10.07.2026 08:45
Mattarella ricorda il disastro di Seveso: il futuro sostenibile dopo cinquant'anni di rinascita

Seveso (Monza e Brianza), 9 luglio 2026 – Un grande pioppo, un tronco rugoso, largo quattro metri, muto e possente, con qualche ramo spogliato dal caldo e dagli anni, almeno settanta, che ha accumulato. Accanto al gigante, la figura del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che questa mattina renderà omaggio alla tenacia di un popolo rinato dal più grande incidente chimico dell’Europa Occidentale, che ha insegnato a tutti come l’ambiente e l’uomo non siano risorse da sfruttare all’infinito. Quella pianta, la sola della zona a sopravvivere al veleno, sta in mezzo a un parco, sotto cui riposano, in vasche confinate, i resti del disastro, riporta Attuale.

Il racconto di un disastro atroce

Il 10 luglio 1976, alle 12.27, un disco d’acciaio dentro un camino si rompe di schianto, sotto la pressione di un reattore fuori controllo. Si produce un disinfettante, il triclorofenolo. Non c’è raffreddamento automatico. Non c’è termostato, ma solo un manometro per la pressione. Il mostro ha nella pancia le sostanze intermedie, pronte alla produzione del lunedì.

Nel reparto B, solo uomini della manutenzione e una ditta in appalto. Si accorgono troppo tardi di quel che sta avvenendo. Manovrano per evitare il peggio. Ma la fuga durerà mezz’ora. A mano, senza strumenti, cercano di fermare il ciclone. Dall’alto del capannone curvo, rivestito d’amianto, un sibilo lacera l’atmosfera. Una nube dal colore indefinibile, l’odore di bruciato che si diffonde nell’aria calda e deposita un velo invisibile sui tetti delle case, sui campi, sulle vite di qualche migliaio di brianzoli, sui giovani in piscina a godersi il sabato e sui vecchi negli orti, nelle stalle e nei laboratori dei mobilieri.

Il veleno uccide l’ingenuità

Una sostanza che nessuno ha mai sentito nominare, neppure i medici, la “diossina“, finisce sugli animali, sulle piante, sui bambini. I primi muoiono, i secondi si coprono di vesciche.

Il veleno uccide l’ingenuità e la fiducia nel progresso e nell’industria, in un popolo che conosce solo la fatica. Che ignora i nomi delle sostanze che produce e i rischi del mestiere che sfama i figli. La gente impara, sulla pelle viva, che ambiente e salute non si possono dividere dal lavoro.

Meda o Seveso, non fa differenza

Accade all’Icmesa, azienda chimica, capitale svizzero della Givaudan e della Roche, e danni solo in Italia, con poco più di cento dipendenti. Accade a Meda, ma per tutti sarà per sempre Seveso. Cinquant’anni dopo, il grande pioppo è ancora vivo. Le sue foglie, in quel luglio di sfollati, di filo spinato e bambini in ospedale, non sono ingiallite come quelle degli altri dello stesso filare.

È sopravvissuto per raccontare, per testimoniare che dal disastro si è potuto imparare. Per questo, stamattina arriva Sergio Mattarella. Le bande musicali, due, della cittadina in festa, regaleranno strette di mano, inni, discorsi e bandiere, sorrisi di scolari. Il messaggio è uno: rinascere, dando valore al lavoro, alla persona, all’ambiente, è possibile.

Il via libera all’aborto

Seveso e i comuni coinvolti nel disastro, fra quasi ottocento sfollati, settantamila animali morti o abbattuti. Il primo via libera all’aborto, in deroga alla legge che ancora lo vieta, per il rischio delle malformazioni, famiglie cattoliche divise da dubbi etici più grandi di loro. E poi il dolore dello sradicamento, di essere additati come untori. Vite, ricordi, case abbattute e sepolte sotto il verde. E l’erba che cresce sulle ferite e ricuce la pelle, ma non cancella le cicatrici dei bambini di cinquant’anni fa.

Una storia di riscatto

Il sacrificio involontario di Seveso ha, però, cambiato per sempre le nostre coscienze. Industria e ambiente oggi hanno regole, che l’Europa ha, non a caso, dedicato al nome di questo lembo di Brianza. Certamente, il conflitto fra salute, ambiente e lavoro, non è ancora risolto. Ma nessuno oggi è libero, per legge e coscienza, di inquinare e fare del male in nome del progresso e del profitto. E le fronde del grande pioppo raccontano questa storia di riscatto.

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